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QUEL CHE RESTA

Parlare della morte è come abituarsi all’idea che qualcosa, come un legame profondo con una persona, possa finire. È un modo per cercare conforto nei ricordi e nella memoria, anche se il dolore della perdita resta.

Nel mio percorso personale, ho vissuto la malattia di mia madre e tutto quello che ne è seguito. È stato difficile dare un nome alle mie emozioni, ma ho capito che questa esperienza mi ha aiutato a riflettere sul mio rapporto con i miei genitori, e soprattutto a comprendere il loro valore nel presente.

Ho usato il tema della morte come lente per esplorare i Tabù che la circondano, la perdita e il lutto. Questo progetto fotografico non è solo un’indagine sulla fine, ma anche sulla persistenza di ciò che resta: i ricordi, le tracce, l’eredità emotiva. La paura di ricordare, così come quella di dimenticare, ci allontana da chi non c’è più e rende l’accettazione del distacco un processo incredibilmente doloroso.

Questo lavoro si addentra in un territorio complesso: la relazione tra memoria e identità, e la paura tangibile della perdita. La memoria non è solo un archivio di eventi, ma il fondamento su cui costruiamo la nostra identità. Mi sono interrogato su una condizione ancora più estrema: l’amnesia dissociativa. Un meccanismo di difesa della mente che, di fronte a un trauma insopportabile, decide di cancellare i ricordi per proteggersi. L’atto di dimenticare diventa una forma di sopravvivenza, ma a quale prezzo?

Attraverso le mie immagini, esploro questa lotta interiore: il desiderio di tenere stretti i ricordi e, allo stesso tempo, l’impulso a lasciarli andare per poter superare il dolore. La perdita di un genitore, in particolare, solleva la paura viscerale che i ricordi di quella persona possano sbiadire, e che con essi si perda una parte fondamentale della nostra storia. Le fotografie diventano così uno strumento per combattere questa amnesia, per fissare nel tempo ciò che la mente a volte cerca di cancellare.

 

Non so dove vanno le persone quando scompaiono, ma qualcosa rimane.

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