
È davvero
passato
così tanto
tempo?
Quando l’essere umano si ritrova in un ambiente più selvaggio, lontano dalle strutture e dai ritmi artificiali della civiltà, inizia a lasciarsi contaminare da ciò che lo circonda. Il corpo ascolta, lo sguardo cambia, l’istinto torna ad affiorare.
In questo contesto, il bisogno di adattamento non è solo una risposta fisica, ma un richiamo interiore: la memoria genetica della sopravvivenza si riattiva, e l’uomo riscopre una connessione profonda con la terra, il silenzio, la materia.
Quanto di quella primitiva eredità sopravvive ancora in noi?
In che modo l’habitat contemporaneo risveglia o reprime il nostro istinto primordiale?
Cosa ci racconta questo confronto sul nostro posto, oggi, nel mondo naturale?































Questo progetto fotografico indaga il ritorno dell’essere umano a una dimensione viscerale attraverso l’immersione in diversi contesti naturali dove la presenza della civiltà è assente o marginale. L’indagine utilizza il paesaggio selvaggio come un dispositivo di innesco per un processo di regressione, ipotizzando che l’isolamento in ecosistemi integri possa riattivare una memoria genetica sopita dalla modernità. Si viene così a creare un ponte tra il confine materiale e quello spirituale, come afferma lo psicologo Brian Weiss: “La nostra anima non è confinata nei limiti del nostro corpo, la nostra anima è l’universo intero.”
L’osservazione si concentra su come la privazione delle sovrastrutture contemporanee faccia riaffiorare istinti e percezioni appartenenti a un passato remoto. Esiste, dunque, un legame profondo e ininterrotto con l’uomo primordiale, che ci rivela come le strutture arcaiche della nostra specie persistano intatte, pronte a manifestarsi non appena il contesto ambientale torna a riflettere le condizioni originarie della nostra esistenza?
A questo si intreccia una riflessione sulla regressione non come perdita, ma come riscoperta di una coscienza elementare. In questa prospettiva, l’immersione nel selvaggio diventa quindi un’indagine sulla “psiche della materia”: il concetto di anima si sposta dalle interpretazioni metafisiche tradizionali per avvicinarsi alla visione di Pierre Teilhard de Chardin, dove la materia stessa possiede una profondità spirituale intrinseca: “Non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.” La complessità umana e l’energia primordiale, ci suggeriscono che l’anima sia il risultato di una tensione evolutiva che affonda le sue radici proprio nella pietra e nel fango, rendendo il passato ancestrale non un reperto archeologico, ma una forza vitale ancora operante nel presente, portando a domandarci: è davvero passato così tanto tempo?
